Guido
Sgardoli,
The
Frozen Boy,
San Paolo, 2011, 208 p., € 15,00
Messaggeri di un altrove, comprovato o fantasticato.
ET l’extraterrestre, l’insetto imbozzolato nell’ambra, la bella
addormentata risvegliata da un bacio, l’eccezionale ritrovamento
dell’uomo preistorico conservato nel ghiaccio…
O meglio, un bambino vestito all’antica in un blocco di ghiaccio:
The Frozen Boy.
In quest’ultima immagine s’impiglia l’idea che mette in moto il
romanzo.
Raccontare il prima e il dopo, che conducono a questa visione,
diventata spunto narrativo, è compito dello scrittore.
A far da traino, il conforto della scoperta di come prendessero vita
le storie di William Faulkner, -da un’immagine mentale o da un
ricordo- e favola e scienza a sottendere i drammatici eventi
narrati. Queste le scelte di Guido Sgardoli per
The Frozen Boy.
Fra i ghiacci della Groenlandia, finita la seconda guerra mondiale,
all’interno di una base militare americana, un laboratorio di
ricerca, guidato da un fisico nucleare.
Il professor Warren è uno degli artefici della bomba atomica che ha
distrutto Hiroshima e Nagasakj.
Il professor Warren ha perso il suo unico figlio nella guerra sul
Pacifico.
Il professor Warren sa di essere doppiamente colpevole.
Il professor Warren ha “perso” anche la moglie: se ne è andata, l’ha
abbandonato al suo destino di rimorsi e di sensi di colpa.
Il professor Warren vuole morire.
Il professor Warren non può morire perché trova un bambino
intrappolato nel ghiaccio, un bambino vivo.
Atto primo, intitolato al colore “Bianco”, il bianco del ghiaccio,
della neve, della tomba di The Frozen Boy. Colore del lutto
e della salvazione. Una vita che viene da lontano, che chiede le sue
ragioni al mondo, blocca il gesto estremo. Una vita conservata dai
ghiacci, che “riprende “ fra i ghiacci, riavviando un’altra
esistenza che stava per finire.
“La consideri una seconda possibilità”, gli aveva detto il dottor
Jessop. A questo proprio non aveva pensato il professor Warren, di
considerare Jim una seconda possibilità.
E invece Jim, il bambino venuto dal passato, dal naufragio di
cent’anni prima di una nave, che doveva portarlo dalla miseria della
sua campagna irlandese alle promesse delle sponde d’America, si
rivela per il professore una vera conversione. La possibilità di
rifare una vita daccapo, di riparare a colpe e inadempienze, in una
dolorosa e intensa prospettiva di resurrezione.
Le vicende narrate – la fuga dalla base, per sottrarre il bambino al
proposito di farne una cavia di sperimentazioni disumane, il viaggio
rocambolesco in una macchina che non si sa guidare, il rifugio nella
casa di famiglia al mare lontano da sguardi che possono tradire,
l’ultimo viaggio verso l’impossibile meta di una realtà che non
esiste più- sono scenario, più che azione, al dipanarsi di un
dialogo, pressoché muto, di due naufraghi, che cercano salvezza
l’uno nell’altro.
Il punto di vista del personaggio adulto- il padre “orfano” del
figlio, alle prese con un nuovo figlio- si alterna al punto di vista
del bambino fragile, riaffacciatosi indebitamente alla vita, che è
andata avanti e sembra volerlo crudelmente abbandonare, facendolo
diventare rapidamente vecchio. Un bambino vecchio, che perde capelli
e denti, che fa fatica a camminare, ma vuole vivere, perché il
professore gli promette una speranza.
La vita allora diventa una vita a sé. Vissuta da loro due, Jim e il
professore. L’uno rivolto all’altro.
Una vita che si ricostruisce per entrambi: nel riaffiorare della
reciproca memoria, nel dolore della separazione dagli affetti del
passato ma anche nella conquista quotidiana, un oggi dedicato a un
rapporto nuovo, che seppure ha legami con l’antico diventa “adesso”.
Tu che ti dedichi a me, io che mi lego a te.
Una nuova nascita. Jim impara una nuova vita, il professore anche.
Ci sono irruzioni, poche, in questo isolamento che si rivela felice.
Personaggi di compendio, necessari al progredire della storia. Ombre
minacciose, relegate in secondo piano e burberi benefici con qualche
onore della ribalta, che favoriscono il raggiungimento della meta.
Nel terzo atto, intitolato al colore “Verde”, il verde della sua
terra d’Irlanda, Jim torna “definitivamente” a casa, nella
ricomposizione di una realtà ormai tramontata, in un passato
inesorabilmente chiuso per sempre. Il professore affronta un nuovo
se stesso.
Chi narra ha talento sensibile nei confronti della realtà che lo
circonda. Ambientale, sociale, umana. La natura nel romanzo è una
natura frequentata, descritta con amore e precisione negli aspetti
naturalistici e geografici; il mondo è esplorato, nel viaggio di
percorsi lunghi, nell’itinerario delle vie delle città;
l’uomo ha diverse
caratterizzazioni, ma l’attenzione dell’autore è rivolta a colui che
scruta con dolore la sua coscienza, come succede al professor Warren
e all’essere ultimo e indifeso, incarnato da
Jim, malato, povero,
emigrante e naufrago.
Chi narra ha talento immaginativo e visionario, a compendio di una
attitudine scientifica che, nella storia raccontata, trascolora in
rappresentazione fantascientifica.
Tutti i talenti elencati, che compaiono nel romanzo, concorrono a
una rappresentazione vivida, di rara suggestione umana e letteraria,
che attinge ispirazione e linfa da frequentazioni
colte, varie e interessanti, riportate in un contesto che le
preserva e le rigenera, in una cifra personalissima.
(recensione di Rosella Picech da Libri in rassegna,
Sfoglialibro, Settembre 2011)